Negli ultimi anni, il concetto di onboarding ha assunto un ruolo sempre più centrale nelle strategie di gestione delle risorse umane, soprattutto in contesti ad alta specializzazione come quello tecnologico.
Se in passato l’inserimento di un nuovo dipendente si limitava a poche ore di orientamento amministrativo, oggi le aziende più mature riconoscono l’onboarding come un processo strutturato, strategico e di lungo periodo, capace di incidere direttamente su produttività, engagement e fidelizzazione.
Numerosi studi dimostrano che un onboarding inefficace genera costi elevati, spesso invisibili: calo della produttività, demotivazione precoce, aumento del turnover e perdita di know-how. Al contrario, un processo di onboarding ben progettato consente ai nuovi assunti di comprendere più rapidamente il proprio ruolo, di sentirsi parte dell’organizzazione e di allinearsi ai valori aziendali.
Qual è, allora, la differenza in ambito tech? Nel mondo IT, dove i profili sono altamente richiesti e la concorrenza per i talenti è feroce, l’onboarding diventa un vero e proprio fattore competitivo.
Esploriamo più in profondità le caratteristiche distintive dell’onboarding tecnologico, analizzando le sue fasi principali (dal pre-boarding ai primi mesi di integrazione) e mettendo in luce il ruolo fondamentale della cultura aziendale nella riduzione del turnover.
Indice dei contenuti
Perché l’onboarding nel settore tech è diverso dagli altri?
In ambito tecnologico, l’onboarding presenta sfide specifiche che lo rendono profondamente diverso rispetto ad altri settori. I ruoli tech sono spesso complessi, altamente specializzati e inseriti in ecosistemi digitali articolati, composti da stack tecnologici, strumenti proprietari, processi agili e flussi di lavoro interdipendenti.
Ad esempio, un nuovo sviluppatore, data analyst o system engineer non deve solo imparare il lavoro, ma comprendere rapidamente un intero sistema.
A questo si aggiunge un contesto di mercato particolarmente volatile: i professionisti tech hanno elevate possibilità di mobilità e aspettative molto alte in termini di autonomia, crescita professionale e qualità dell’ambiente di lavoro. Un onboarding approssimativo può portare, già nelle prime settimane, a frustrazione e disallineamento, aumentando il rischio di dimissioni precoci.
Infine, il lavoro tech è sempre più spesso distribuito o completamente remoto. Questo fattore porta a un’inevitabile eliminazione delle dinamiche informali di apprendimento tipiche dell’ufficio fisico e rende necessario un onboarding intenzionale, strutturato e supportato dalla tecnologia.
In questo scenario, software di onboarding, piattaforme di learning management e strumenti di collaborazione digitale possono diventare una condizione essenziale per il successo dell’inserimento.
Cosa si intende con pre-boarding
Il pre-boarding è la fase che intercorre tra l’accettazione dell’offerta di lavoro e il primo giorno effettivo in azienda. Sebbene spesso sottovalutata, questa fase è cruciale, soprattutto per i profili tech, che in questo periodo possono essere ancora contattati da altre aziende o nutrire dubbi sulla scelta fatta.
Un pre-boarding efficace riduce l’ansia del nuovo assunto e rafforza il suo entusiasmo. Al contempo, in questa fase è possibile preparare l’infrastruttura tecnica: account, accessi, device, licenze software e ambienti di sviluppo devono essere pronti prima del Day 1.
Dal punto di vista culturale, il pre-boarding è un’opportunità per iniziare a raccontare l’azienda: video di benvenuto, materiali introduttivi sulla mission, la vision e i valori, una panoramica dei team e dei progetti in corso aiutano il nuovo dipendente a sentirsi già parte dell’organizzazione.
In ambito tech, questo significa anche spiegare l’approccio allo sviluppo, la filosofia di lavoro (ad esempio metodi di lavoro come agile, DevOps, product-driven) e le aspettative generali sul ruolo.
Facciamo un esempio concreto di strategia applicabile prima del primo giorno di lavoro, chiamandolo “Gestione documentale pre–Day 1”: se il nuovo assunto firma contratti, NDA e policy IT online prima dell’ingresso, il nuovo impiegato e l’azienda eviteranno di perdere tempo il primo giorno.
Risultato: il Day 1 sarà dedicato a persone e contesti lavorativi, non ai moduli e alla burocrazia.
Il Day 1 e il rischio di overload informativo
Il primo giorno di lavoro rappresenta un momento ad alto impatto emotivo, ma anche ad alto rischio. Uno degli errori più comuni nei processi di onboarding è il cosiddetto overload informativo: concentrare in poche ore una quantità eccessiva di informazioni, presentazioni, policy e istruzioni tecniche.
Nel contesto tech, questo rischio è amplificato dalla complessità degli strumenti e dei sistemi. Sommersi da password, repository, documentazione tecnica, tool di comunicazione e processi interni, i nuovi assunti possono sentirsi disorientati e inefficaci già dal primo giorno.
Un Day 1 ben progettato dovrebbe invece essere essenziale e umano. L’obiettivo principale non è la produttività immediata, ma l’accoglienza. È il momento di presentare il team, chiarire le aspettative iniziali, spiegare come sarà strutturato il percorso di onboarding e rassicurare il nuovo dipendente sul fatto che non ci si aspetta che sappia già tutto.
Una strategia particolarmente efficace è quella di bilanciare momenti informativi con spazi di interazione: incontri one-to-one con il responsabile, brevi sessioni di orientamento culturale e momenti dedicati alle domande. In questo modo, il primo giorno diventa un punto di partenza solido, non una prova di resistenza.
La prima settimana e l’integrazione tecnica
La prima settimana è il momento in cui l’onboarding tech entra nel vivo. È qui che il nuovo assunto inizia a confrontarsi concretamente con il proprio ruolo e con le attività operative.
Un errore frequente è lasciare il dipendente in attesa, senza task chiare, o al contrario assegnargli subito responsabilità eccessive.
Una buona pratica consiste nel prevedere un piano di integrazione tecnica graduale, con obiettivi chiari e realistici.
Questo può includere:
- l’esplorazione guidata del codice: walkthrough dei repository principali, spiegazione dell’architettura del sistema, delle dipendenze e delle convenzioni di naming, con l’obiettivo non di scrivere codice immediatamente, ma di comprendere la struttura del progetto e la logica complessiva;
- la revisione di ticket chiusi: esaminare una request già approvata, leggere il codice finale insieme alla sua storia (commit, commenti, discussioni) e analizzare le decisioni tecniche che sono state prese permette al neoassunto di entrare pienamente nel processo decisionale adottato in azienda;
- piccoli task a basso rischio: per esempio, la correzione di un bug minore che non incide su funzionalità critiche (un errore di validazione o un messaggio di errore poco chiaro);
- sessioni di pair programming o shadowing: il neoassunto può lavorare in team con un collega senior per implementare una piccola feature, alternandosi alla tastiera.
L’obiettivo non è solo trasferire competenze tecniche, ma far comprendere standard qualitativi, modalità di collaborazione e processi decisionali.
Concretamente, si può ad esempio prevedere una timeline del percorso di inserimento (30-60-90 giorni), grazie alla quale il dipendente capisce cosa ci si aspetta da lui nel primo trimestre, con milestone realistiche.
Risultato: allineamento delle aspettative e maggiore senso di direzione.
Fondamentale in questa fase è il supporto umano. L’assegnazione di un mentor o buddy tecnico riduce drasticamente il senso di isolamento, soprattutto nei contesti remoti. Sapere a chi rivolgersi per una domanda “banale” fa la differenza tra un’esperienza di apprendimento positiva e una fonte costante di stress.
Un’altra strategia concreta può essere l’istituzione di percorsi differenziati per seniority: un junior developer seguirà un percorso guidato passo per passo; un senior accede solo ai moduli su processi interni e cultura.
Per i team che lavorano da remoto, si può prevedere un onboarding asincrono accessibile da tutti in momenti diversi: il nuovo assunto potrà rivedere materiali quando ne ha bisogno, senza dipendere da riunioni continue. Questo metodo incoraggia l’autonomia e il rispetto dei diversi ritmi di apprendimento.
Ridurre il turnover tech attraverso la cultura aziendale
Uno dei principali motivi di abbandono precoce nel settore tech non è la difficoltà tecnica, ma il disallineamento culturale. I professionisti tecnologici cercano ambienti in cui sentirsi valorizzati, ascoltati e messi nelle condizioni di crescere e l’onboarding è uno dei momenti privilegiati per trasmettere questi elementi.
Integrare la cultura aziendale nel processo di onboarding significa andare oltre le dichiarazioni formali di valori. Bisogna mostrare, attraverso comportamenti concreti, come l’azienda gestisce il feedback, l’errore, la collaborazione e lo sviluppo di carriera.
Meeting regolari di feedback, obiettivi chiari e conversazioni aperte sulle opportunità future contribuiscono a creare un senso di direzione e appartenenza.
Dal punto di vista economico, i benefici sono evidenti. I dati dimostrano che un onboarding efficace riduce significativamente il turnover nei primi mesi, con risparmi considerevoli sui costi di sostituzione e formazione.
Investire nell’onboarding, soprattutto in ambito tech, è quindi una scelta strategica che incide direttamente sulla sostenibilità dell’organizzazione.
Conclusioni
L’onboarding tech è un processo continuo che accompagna il nuovo dipendente nei suoi primi mesi – e talvolta nel primo anno – in azienda.
In un settore caratterizzato da alta complessità, rapida evoluzione e forte competizione per i talenti, un onboarding superficiale non è più sufficiente.
Un approccio strutturato, che integri aspetti tecnici, organizzativi e culturali, consente alle aziende di migliorare l’esperienza dei nuovi assunti e costruire relazioni professionali più solide e durature.
Dalla fase di pre-boarding alla trasmissione dei valori aziendali, ogni momento dell’onboarding contribuisce a determinare il successo (o il fallimento) dell’inserimento.
In definitiva, investire nell’onboarding tech significa investire nelle persone. E, nel lungo periodo, non c’è investimento più redditizio per un’azienda che voglia crescere in modo sostenibile.



